Centrali consortili e reti: la sfida cooperativa 2026

La Legge annuale per il mercato e la concorrenza delle PMI (Legge 11 marzo 2026, n. 34) viene raccontata come un provvedimento “per le piccole imprese e gli appalti pubblici”. In realtà ridisegna il modo in cui le imprese si aggregano, investono e competono: consorzi, reti e, soprattutto, una nuova figura – le centrali consortili – parlano direttamente al DNA cooperativo.

Come Direttore Generale di Nitor e Consigliere nazionale di Confcooperative, leggo questa legge con una domanda molto semplice: saremo noi, come movimento cooperativo, a progettare queste nuove architetture di filiera oppure le subiremo, entrando dalla porta di servizio come meri subfornitori?

Una legge “per le PMI” che parla anche alle cooperative

La Legge 34/2026 interviene su molti fronti: rapporti con il credito, semplificazioni, strumenti per l’innovazione. Uno dei capitoli più interessanti riguarda però le forme di aggregazione tra imprese: reti, consorzi, centrali consortili, rapporto con il nuovo Codice dei contratti pubblici.

Qui dentro c’è una scelta di modello. Il legislatore immagina che le micro, piccole e medie imprese non possano più stare sole sul mercato, soprattutto negli appalti complessi e nei servizi ad alto contenuto organizzativo. Servono soggetti collettivi in grado di programmare investimenti, coordinare competenze, parlare con la pubblica amministrazione in modo strutturato.

Questo, in fondo, è esattamente ciò che il movimento cooperativo fa da sempre. La novità è che oggi altri modelli di aggregazione rivendicano lo stesso spazio. Se non ci siamo noi, se non mettiamo il nostro punto di vista mutualistico dentro queste nuove figure, qualcun altro scriverà le regole del gioco al posto nostro.

Centrali consortili: un nuovo livello mutualistico

La principale novità è l’introduzione delle centrali consortili come enti mutualistici di sistema. Non si tratta semplicemente di “consorzi grandi”: la norma richiede almeno cinque consorzi, presenti in almeno tre regioni, ognuno con un numero minimo di imprese aderenti e un fondo patrimoniale mutualistico adeguato.

Le centrali consortili sono pensate come strutture sovra‑consortili, in grado di:

  • coordinare strategie di investimento delle imprese aderenti;
  • promuovere programmi di formazione, innovazione e transizione digitale;
  • fungere da interfaccia qualificata con il sistema degli appalti pubblici;
  • supportare l’accesso al credito e agli strumenti di garanzia.

In più, la legge prevede limiti stringenti alla distribuzione di utili e alla destinazione del patrimonio in caso di scioglimento. È un’impostazione che richiama da vicino la cultura della mutualità e della destinazione vincolata delle riserve tipica delle cooperative.

Questo è il primo punto politico: le centrali consortili nascono, almeno sulla carta, come “infrastrutture mutualistiche di sistema”. È uno spazio naturale per il movimento cooperativo. Se però le lasciamo nascondere dietro forme giuridiche neutre, guidate solo da logiche di prezzo e di forza contrattuale, rischiamo di trovarci in filiere dove il lavoro cooperativo è importante ma non decide più nulla.

Reti d’impresa: fiscalità premiale solo per chi investe davvero

Un secondo tassello decisivo riguarda le reti d’impresa. La legge introduce un’agevolazione fiscale significativa: gli utili accantonati al fondo patrimoniale comune della rete possono non concorrere a formare il reddito, entro determinati limiti e per i periodi d’imposta fino al 31 dicembre 2028.

Non è un “regalo a pioggia”. L’agevolazione è condizionata:

  • alla presenza di un programma di rete serio, con obiettivi di investimento, innovazione, sviluppo;
  • all’asseverazione del programma da parte di soggetti qualificati;
  • alla destinazione degli utili in una riserva vincolata del fondo comune;
  • all’impiego di quelle risorse entro l’esercizio successivo in progetti coerenti con il programma;
  • ai controlli dell’Agenzia delle Entrate, con possibilità di recupero del beneficio in caso di abuso.

Dal punto di vista delle cooperative di servizi, multiservizi e sociali questo significa poter finanziare, in forma associata, investimenti che da sole le singole imprese faticherebbero a sostenere: rinnovo del parco macchine, piattaforme digitali condivise, formazione trasversale, progetti di welfare di filiera, sperimentazione di nuovi modelli di organizzazione del lavoro.

Ma perché questo accada, la rete non può essere solo un “cartello di offerta” per sommare fatturati nelle gare. Deve diventare un luogo reale di progettazione, dove si decide insieme dove indirizzare risorse e come condividere i benefici in coerenza con i valori cooperativi.

Consorzi e appalti: un chiarimento che vale il mercato

Sul fronte degli appalti pubblici, la legge interviene in coordinamento con il nuovo Codice dei contratti. Viene chiarito il ruolo dei consorzi stabili, che vengono espressamente richiamati tra i soggetti ammessi a partecipare alle gare, ribadendo la possibilità di qualificarsi con requisiti propri e/o delle consorziate.

Per il mondo cooperativo questo non è un dettaglio. Negli ultimi anni non sono mancate letture restrittive da parte di alcune stazioni appaltanti: dubbi sui requisiti, su chi fosse il vero esecutore, su come conteggiare mezzi, personale, esperienze. Un chiarimento legislativo rafforza la posizione dei consorzi cooperativi come soggetti legittimi di accesso al mercato, non come semplici “scatole di coordinamento”.

In un settore come quello dei servizi di pulizia, dei multiservizi, della logistica e del socio‑sanitario, dove la dimensione di impresa è spesso medio‑piccola ma le gare hanno volumi importanti, la possibilità di utilizzare consorzi stabili e reti in modo pieno è un fattore di sopravvivenza.

Tre scelte strategiche per il movimento cooperativo

Alla luce di tutto questo, vedo almeno tre scelte strategiche, che riguardano tanto la singola cooperativa quanto il ruolo politico delle organizzazioni di rappresentanza.

La prima: decidere se e come promuovere centrali consortili a trazione cooperativa nei principali comparti. Non si tratta semplicemente di “fare un altro ente”, ma di progettare infrastrutture di sistema che tengano insieme appalti, formazione, sicurezza sul lavoro, politiche attive, innovazione tecnologica. Se le centrali consortili nasceranno solo in ambito non cooperativo, le nostre imprese rischiano di trovarsi a valle di decisioni prese altrove.

La seconda: usare reti e consorzi per concentrare utili destinati a investimenti di filiera, sfruttando in modo intelligente le nuove opportunità fiscali. Significa spostare l’attenzione dalla logica del “fare rete per qualificarsi” a quella del “fare rete per crescere”, con programmi chiari, governance trasparente e controllo mutualistico sui progetti.

La terza: chiedere con forza un coinvolgimento formale del movimento cooperativo nella fase attuativa. Decreti, linee guida, prassi amministrative e interpretazioni del codice degli appalti possono fare la differenza tra strumenti che aprono spazio al lavoro buono o architetture chiuse, dove contano solo la finanza e la capacità di comprimere i costi.

Un box operativo per cooperative e consorzi

Chiudo con una domanda concreta: cosa può fare da subito una cooperativa di servizi o un consorzio cooperativo?

  • Mappare le aggregazioni esistenti (consorzi, reti, ATI) e capire se ci sono i numeri e le condizioni per un’evoluzione verso forme più strutturate, inclusa la centrale consortile.
  • Verificare se i progetti di investimento che si hanno in mente (mezzi, tecnologie, formazione) sono candidabili a un programma di rete in grado di sfruttare le agevolazioni fiscali.
  • Aggiornare le strategie di partecipazione alle gare, valorizzando il ruolo del consorzio stabile e ragionando per filiera, non solo per singolo lotto.
  • Sollecitare, tramite le proprie strutture territoriali, un confronto con le istituzioni per portare il punto di vista cooperativo dentro i provvedimenti attuativi.

La Legge PMI 2026 ha ridisegnato il campo da gioco. La vera scelta, oggi, è se limitarci a giocare nella metà campo disegnata da altri o partecipare a tracciare le linee di quel campo, mettendo al centro mutualità, lavoro dignitoso e sviluppo dei territori.


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