Il 2 luglio 2026 il Consiglio dei Ministri ha ricevuto l’informativa sul Piano d’azione nazionale per l’economia sociale, in attuazione della Raccomandazione del Consiglio europeo del 27 novembre 2023 (C/2023/1344). È un documento che il movimento cooperativo attendeva: per la prima volta lo Stato prova a leggere l’ecosistema come un sistema. Ma un piano scritto al condizionale è un progetto, non ancora un’opera. E tra il progetto e l’opera sta esattamente il mestiere della governance.
Un perimetro, finalmente
Il primo merito del Piano è definitorio. L’ordinamento italiano non ha mai avuto una nozione giuridica di “economia sociale”: ha qualifiche (ente del Terzo settore, impresa sociale), forme (la cooperativa, la mutua), leggi speciali stratificate in centoquarant’anni, dalla legge sulle società di mutuo soccorso del 1886 alla riforma del Terzo settore. Il Piano adotta la definizione europea e la usa come perimetro ricognitivo: primato delle persone sul profitto, reinvestimento degli utili, governance democratica o partecipativa. Tre criteri sostanziali, non formali, ed è la scelta giusta, perché guarda a come le organizzazioni funzionano, non a come si chiamano. Il documento prospetta anche una possibile legge-quadro per delimitare in via tassativa i soggetti: passaggio delicato, perché ogni perimetro tassativo include escludendo.
I numeri, intanto, dicono chi porta il peso dell’ecosistema: su circa 398.000 organizzazioni censite dall’Istat, le cooperative sono il 13,4% delle entità ma esprimono il 72,4% degli occupati, 1,1 milioni di addetti su 1,53. L’economia sociale italiana, sul piano del lavoro, è in larga misura cooperazione. Ogni politica che pretenda di sostenerla senza passare dal rafforzamento dell’impresa cooperativa parte sbagliata.
Le tre linee che contano davvero
Dentro un documento di oltre centotrenta paragrafi, tre assi meritano l’attenzione di chi dirige imprese cooperative.
La fiscalità come coerenza di sistema, non come favore. Il Piano recepisce un principio che chi opera nel settore sostiene da sempre e che ora ha alle spalle la Comfort letter della DG Concorrenza europea sul Terzo settore, la giurisprudenza della Corte di Giustizia e la Cassazione: l’esenzione degli utili destinati a riserva indivisibile non è un’agevolazione in senso tecnico, perché l’indivisibilità del patrimonio elide il presupposto stesso del “possesso del reddito”. È l’aggancio dogmatico che sposta il dibattito: non più difendere un privilegio, ma pretendere il riconoscimento di una diversità strutturale. Su questa base il Piano prospetta l’integrale esenzione degli utili a riserva legale obbligatoria delle cooperative.
Il social procurement. Il capitolo sugli appalti prefigura una Strategia nazionale di acquisti sostenibili, il monitoraggio sull’applicazione effettiva delle clausole sociali, l’incentivo agli affidamenti riservati con eventuali percentuali minime per amministrazione. Per le cooperative che vivono di commesse pubbliche è il capitolo a più alto impatto potenziale, e quello dove la distanza tra enunciazione e prassi delle stazioni appaltanti è storicamente più ampia.
Gli strumenti di rigenerazione. Il rilancio dei workers buyout con il potenziamento della legge Marcora, la legge nazionale prospettata per le cooperative di comunità, le comunità energetiche in forma cooperativa, fino alle cooperative di dati previste dal Data Governance Act: il Piano fotografa correttamente dove la forma cooperativa sta già rispondendo a bisogni che né lo Stato né il mercato lucrativo intercettano.
La grammatica del condizionale
E ora la lettura scomoda. Chi analizza il testo con il metro dell’ingegneria dei processi nota subito la sua grammatica: “si potrà valutare”, “potrebbe consistere”, “sarà avviata una riflessione”. Il Piano è quasi interamente scritto al condizionale, e quasi ogni misura onerosa reca la clausola “compatibilmente con i vincoli di finanza pubblica”. Non è un difetto occulto: è la natura dichiarata di un documento programmatico, con durata decennale e verifiche fissate al 2027 e al 2032. Ma proprio per questo va detto con chiarezza: il Piano non attribuisce diritti, non stanzia risorse, non fissa scadenze cogenti. Le uniche misure già tradotte in norma sono il comitato di esperti presso il MEF istituito dalla legge di bilancio 2026 e gli interventi IVA del D.Lgs. 186/2025. Tutto il resto è un elenco di possibilità — autorevole, condiviso, ma reversibile a ogni legge di bilancio.
C’è poi un rischio più sottile, di architettura: un piano che censisce tutto — dal volontariato alle fondazioni bancarie, dalla pesca al patrimonio blu — rischia di non prioritizzare nulla. La forza ricognitiva può diventare debolezza attuativa se manca una regia con poteri, tempi e indicatori. Il documento stesso lo intuisce quando invoca un’”architettura istituzionale unitaria”: che è, appunto, ancora da costruire.
Il Piano come leva, non come attesa
Che cosa se ne fa, allora, chi dirige un’impresa cooperativa? Tre cose, nessuna delle quali richiede di aspettare i decreti.
Primo: citarlo. Il Piano è ora la posizione ufficiale dello Stato italiano sull’economia sociale, e come tale è spendibile nei tavoli territoriali, nella co-programmazione ex art. 55 CTS, nelle interlocuzioni con le stazioni appaltanti che trascurano clausole sociali e affidamenti riservati. Un documento programmatico non vincola il legislatore, ma vincola argomentativamente le amministrazioni che vi si discostano senza motivare.
Secondo: presidiarne l’attuazione. Le sedi ci sono — il comitato presso il MEF, i costituendi osservatori territoriali — e la rappresentanza cooperativa deve starci dentro con proposte istruite, non con auspici. La qualità dei decreti attuativi si decide adesso, nella fase in cui i condizionali diventano indicativi.
Terzo: arrivare misurabili. Il Piano scommette sulla misurazione dell’impatto sociale e su standard condivisi di rendicontazione. Le cooperative che si presenteranno a quell’appuntamento con dati, tracciature e governance documentata trasformeranno ogni misura futura in un vantaggio immediato; le altre subiranno anche le politiche pensate per sostenerle.
Il Piano d’azione, in fondo, restituisce al movimento cooperativo la sua stessa lezione: le condizioni favorevoli non si attendono, si costruiscono. Lo Stato ha disegnato il progetto. L’opera, come sempre, toccherà a chi ogni mattina apre le imprese.
